La diffusione di influenza aviaria altamente patogena in diverse aree dell’Asia è un pericolo per la salute umana e un disastro per la produzione agricola, stando a quanto hanno spiegato in un comunicato unificato la UN Food and Agriculture Organization (FAO) la World Organization for Animal Health (OIE) e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Perché l’ influenza aviaria fa così paura? Ci sono pericoli per l’uomo? Cosa può fare chi lavora a stretto contatto con uccelli, mucche da latte e polli? Questo e altro lo abbiamo chiesto al Prof. Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie infettive dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Professore ordinario di Malattie infettive all’Università di Genova e Direttore della Scuola di specializzazione in Malattie infettive dell’Università di Genova.
Ciclicamente, dagli anni ‘90, quando si attiva l’allarme dell’aviaria il mondo va in fibrillazione. Ci spiega perché, professore?
Allora, intanto va in fibrillazione perché la gente pensa a quello che è successo dal ‘97 fino al 2005, quando ci sono stati vari focolai di aviaria in Asia e nel sud-est asiatico e la mortalità di chi era colpito da questa infezione viaggiava tra il 50 e il 70 per cento. Quindi, fondamentalmente è una malattia altamente letale, che fa molta paura. Questa è la ragione per cui la gente era preoccupata. Oggi ho la sensazione che lo sia un po’ meno.
Forse siamo passati da un eccesso all’altro. Prima era troppo preoccupata, quando il problema era tutto sommato lontano, e oggi è troppo poco preoccupata, perché il problema è molto più vicino di quanto non lo fosse 25 anni fa. Questo è un virus altamente invasivo, che dà una forma di broncopolmonite abbastanza impegnativa, che è ovviamente legata
molto anche all’ambiente in cui colpisce.
Nel sud-est asiatico la mortalità era probabilmente molto alta anche perché i sistemi sanitari e di assistenza non erano esattamente come quelli degli Stati Uniti, dove abbiamo avuto l’ultimo cluster epidemico nel 2024. Quindi, io credo che bisogna avere un certo bilanciamento, che non deve essere quello di far finta che non sia un problema o girarsi
dall’altra parte, ma deve essere quello di avere un atteggiamento bilanciato nei confronti di una malattia che, se dovesse disseminarsi e diventare trasmissibile da uomo a uomo, potrebbe veramente diventare molto problematica.
Parlando del cluster degli Stati Uniti, abbiamo visto un migliaio di allevamenti coinvolti, 68 casi confermati nell’uomo, crisi delle uova. Questi dati che cosa ci dicono?
Ci dicono che questo è un virus molto furbo, che ha praticamente fatto il giro del mondo un centinaio di volte, perché dall’anatra selvatica e dal pollo è passato attraverso una quantità impressionante di specie diverse di tutti i tipi: volatili, pennuti, ma anche mammiferi di ogni tipo. Nell’ultimo anno e mezzo è arrivato agli animali in assoluto più vicini all’essere umano, cioè la mucca da latte, quindi i bovini da latte, la gallina da cortile e il gatto.
Adesso addirittura in Inghilterra l’ultimo è la pecora, quindi stiamo veramente avvicinandoci sempre di più agli esseri umani. Non stiamo parlando di animali selvatici, come può essere il piccione piuttosto che l’orca o il leone marino – tutti animali in cui il virus si è fatto un giro – stiamo parlando di animali in allevamenti, molto vicini a noi, quindi quando è così vicino diventa sempre più probabile che ci possa essere prima il salto di specie – e i 68 casi sono tutti casi di salto di specie – ma poi anche il salto da un individuo a un altro, quindi fondamentalmente la trasmissione interumana.
Ecco, proprio in funzione di questo, è di questi giorni la notizia che Richard Pebody dell’Health Security Agency, parlando del caso della prima pecora positiva all’H5N1, ha detto: “il virus dell’aviaria H5N1 ha il potenziale per scatenare un’emergenza globale simile al Covid”. Qual è il suo parere?
Credo che sia molto peggiore del Covid, purtroppo, perché il virus dell’H5N1 è un virus che ha subito già una molteplicità di mutazioni. Alla fine, il Covid è arrivato all’essere umano dal pipistrello ed è immediatamente diventato trasmissibile da un essere umano a un altro, mentre questo è un virus che arriva da un’anatra selvatica e nel frattempo ha già mutato qualche migliaio di volte in altre specie. Nel momento in cui arrivasse a essere trasmissibile da uomo a uomo, si tratta di un virus che ha affilato sempre di più i suoi artigli. Quindi, il rischio è quello che possa diventare un virus peggiore di quanto è stato il Covid.

La trasmissibilità
Poi bisognerà valutare la trasmissibilità, perché naturalmente il Covid è stato – per la percezione dell’opinione pubblica – così aggressivo perché era un virus molto contagioso, arrivato ad avere un R0 di 6 o 7, cioè per ogni persona che aveva il Covid ce n’erano altre 6 o 7 che si contagiavano. È chiaro che nell’influenza questa contagiosità è molto minore: l’R0 dell’influenza in genere è 1 o 1.1, cioè per ognuno che si contagia ce n’è un altro che potrebbe contagiarsi. In questo senso, forse questa è l’unica cosa positiva, perché se poi guardiamo all’aggressività di questo virus, è molte volte maggiore di quella del Covid. Sto
parlando dei dati di mortalità che abbiamo finora. Quando il Covid è arrivato dalla Cina, i primi dati dicevano che aveva una letalità intorno al 6-7%, qui abbiamo dati che parlano di una letalità molto più alta.
Quindi è difficile fare delle previsioni, ma io credo che rischiamo veramente, se dovesse diventare trasmissibile e avere quindi quell’ultimo salto, di avere una nuova pandemia da un virus che è veramente molto mutageno […]. È già mutato nei confronti degli antivirali, cioè i farmaci con cui si cura, è già diventato resistente a buona parte dei farmaci che noi abbiamo a disposizione, quindi già questo dovrebbe far pensare che è un virus molto furbo.
I lavoratori che hanno contatti frequenti con uccelli o polli cosa dovrebbero fare per essere più tranquilli?
Io credo che quello che si dovrebbe fare è intanto naturalmente vaccinare gli allevatori e chi è veramente molto ravvicinato, e cercare di farlo con quelle dosi di vaccino che abbiamo, così si evita il passaggio, evidentemente. Perché poi cosa succede? Se il virus passa a un soggetto non vaccinato si replica e poi potrebbe essere trasmissibile a qualcun altro. Quindi, se noi riuscissimo a mettere al sicuro tutti gli allevatori già potremmo in qualche modo spostare un po’ più avanti il problema.
L’altra cosa da fare sarebbe una sorveglianza globale su qual è la prevalenza di sieropositività a questo virus tra gli allevatori, cioè fondamentalmente andare a fare dei prelievi di sangue a tutti gli allevatori per vedere quanti hanno già avuto questo virus nella loro vita.
Perché potrebbero non esserne a conoscenza?
Certo. Guardi, ci sono studi fatti negli Stati Uniti che dicono che fino al 10% degli allevatori ha già acquisito il virus, quindi hanno fatto la malattia, magari in maniera asintomatica.
Le ultime due domande, perché sappiamo che lei ha il tempo contato e la ringraziamo per la sua disponibilità: possiamo mangiare carne di pollo o uova con tranquillità?
Certo, senza nessun tipo di problema. Si deve mangiare la carne di pollo, assolutamente sì, purché cotta, ovviamente; il pollo non va mai mangiato crudo. E le uova assolutamente sì, non c’è nessun tipo di rischio.

Possiamo come consumatori prendere qualche precauzione?
I consumatori nessuna, evidentemente. Quello che dobbiamo dire è che i governi dei vari Paesi devono essere molto attenti a non scomporsi in questo momento. Quello che sento dire è: “Usciamo dall’OMS, facciamo da soli, usciamo da un modo di gestire le questioni a livello globale”. Questo errore non deve essere commesso, perché l’unico modo che abbiamo è quello di rimanere attaccati ai treni della ricerca, ai treni dei vaccini, ai treni dei protocolli. Se uno decide di fare da sé rischia di schiantarsi. L’unico modo per affrontare questa problematica è quello di rimanere uniti, stando sempre dalla parte della scienza e della medicina.
Quindi, i consumatori devono avere fiducia nelle istituzioni sanitarie internazionali, perché sono lì per il loro bene. Che non passi il concetto che chi sta nelle istituzioni sanitarie globali sia lì per fare il loro male. Questo è quello che i cittadini devono
fare, tornare ad avere fiducia, perché il Covid ha portato a una mancanza di fiducia di una parte della popolazione nei confronti della medicina e della scienza. Bisogna tornare a spiegare alla gente che è solo con la fiducia nella medicina, con la fiducia nella scienza, con la fiducia in chi si occupa di queste cose che si possono arginare questi problemi.
Un’ultima domanda. Molti suoi colleghi emeriti, come Pebody – che abbiamo menzionato prima – e il professor Kao, sono tutti preoccupati per il salto. Secondo lei c’è veramente il pericolo che il salto ci sia?
Ma sicuro! Se lei parla con cento ricercatori, cento scienziati, cento medici che hanno studiato l’argomento, le diranno che è certo che avverrà, prima o poi, è solo una questione di tempo sul fatto che il virus diventi trasmissibile da uomo a uomo. Ci auguriamo tutti che sia il più lontano possibile, ma sul fatto che ci sarà non c’è nessun dubbio.
E non abbiamo ancora strumenti adatti per combatterlo?
Diciamo che abbiamo i farmaci antivirali, che noi usiamo per l’influenza. Possono funzionare, però nel frattempo si sono sviluppate delle resistenze, e di vaccini non ne abbiamo così tanti per vaccinare tutto il mondo. Quindi, fondamentalmente, se il problema va più in là e riusciamo a prendere tempo, riusciamo a guadagnare un vantaggio nel combattere questo
virus. Cioè, se arrivasse domani sarebbe un disastro, se arriva tra due anni magari nel frattempo se, ripeto, solo se i governi in maniera intelligente si approvvigionano dei vaccini, dei farmaci e di tutti gli strumenti, potrebbe darsi che non rappresenti un problema come l’ha rappresentato il Covid.
Se invece si continua con questo atteggiamento un po’ ondulante, un giorno sono dalla parte della scienza e il giorno dopo sono contro – come purtroppo, devo dire, avviene anche nel nostro Paese oltre che negli Stati Uniti, in altri paesi diciamo sovranisti e populisti – ecco, il rischio è forte, perché rischiamo di far prendere un vantaggio poderoso al virus.
(Revisione Stefania Lerma)

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